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Note storiche

Catasto regionale delle grotte del Friuli Venezia Giulia

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Note storiche

La consultazione on-line dei dati dell’archivio regionale delle grotte rappresenta solo la più recente modalità di fruizione del Catasto, che trova la sua origine, però, oltre un secolo fa.

E’ del 1893 uno dei primi esempi di raccolta organizzata di dati su cavità conosciute: Edoardo Taucer, sulla rivista “Atti e memorie”, accenna alla scoperta di cinque nuove grotte, allegando all’articolo una carta topografica con la posizione degli ingressi di una ventina di cavità del Carso triestino, quello che viene anche definito Carso classico.

Per altri studiosi, invece, le prime tracce di un catasto ipogeo devono essere fatte risalire alla pubblicazione, sulla rivista della Società Alpina delle Giulie “Alpi Giulie”, di un elenco di cavità scoperte sul Carso: è il 1896 e l’autore dell’articolo è Eugenio Boegan. Il lavoro del Boegan fu quasi certamente influenzato dal metodo di lavoro utilizzato in altri uffici attivi nella Trieste asburgica dell’epoca, come il Catasto Fondiario e Immobiliare, e portò ben presto alla realizzazione di un libro Catasto con oltre 300 cavità numerate in successione crescente, affiancate dall’indicazione, benché in coordinate polari, della loro ubicazione. Completava la raccolta una carta topografica con la restituzione grafica della posizione degli ingressi.

Quasi contemporaneamente, analoghi elenchi compaiono anche per le cavità del Friuli.

Nel 1911, sulla rivista “Mondo sotterraneo”, edita dal Circolo Speleologico e Idrologico Friulano, viene pubblicato a firma di G.B. De Gasperi il “Catalogo delle grotte del Friuli” con la descrizione di 153 cavità.

Le scoperte proseguono fino a ridosso dello scoppio della prima Guerra Mondiale, portando il numero degli ipogei catastati nella Venezia Giulia a 430. Il periodo bellico naturalmente rallenta, se non interrompe del tutto, questa attività anche se proprio durante il conflitto l’esercito Austro Ungarico istituisce uno speciale ufficio, a capo del quale pone l’ingegner Bock, noto speleologo di Graz, con l’incarico di raccogliere dati e ricercare nuove cavità, anche se da adibire e utilizzare per soli scopi bellici.

Copertina Duemila grotteCon la fine del conflitto, l’attività speleologica riprende con rinnovato vigore per giungere, nel 1924, alla realizzazione della scheda catastale sulla quale per la prima volta è indicato il termine “Catasto”.

E’ del 1926, invece, la pubblicazione del volume “Duemila grotte”, edito dal Touring Club Italiano e redatto da L.V. Bertarelli, presidente del TCI, e da E. Boegan, presidente della Commissione Grotte, volume che all’epoca rappresentava la raccolta più completa di dati sulle oltre 2000 cavità conosciute nella Venezia Giulia.

L’opera di esplorazione e catalogazione prosegue incessante sino alle soglie del secondo conflitto mondiale, portando a circa 3000 il numero delle cavità conosciute. La drammatica situazione italiana al termine del periodo bellico interrompe ogni tipo di attività speleologica ben oltre il 1945. Solo verso la metà degli anni ’50 riprendono le esplorazioni e l’attività di catalogazione.

E da subito si pone il problema di rivedere il numero di cavità censite sul territorio del Friuli Venezia Giulia: a causa del ridisegno dei confini politici, infatti, molte cavità prima comprese in territorio italiano cadono ora in terra ex Yugoslava e devono perciò essere escluse dagli archivi. Ma non solo, perché analoghi problemi sorgono con le grotte del Friuli che, visti i nuovi limiti amministrativi, sconfinano nel vicino Veneto. Per oltre un decennio i gestori dei due catasti, Società Alpina delle Giulie per la Venezia Giulia e Circolo Speleologico e Idrologico Friulano per il Friuli, provvedono così a riorganizzare i dati accumulati, soprattutto verificando i dati relativi alle posizioni che possono ora avvantaggiarsi delle nuove carte topografiche pubblicate dall’IGM (Istituto Geografico Militare) in scala 1:25000.

Con queste premesse si giunge così alla metà degli anni ’60 e alla promulga della L.R. 27/66. I due preesistenti catasti vengono riuniti in un unico archivio introducendo una nuova e univoca numerazione (numero regionale RE), alla quale per motivi storici vengono affiancate le precedenti sigle (VG per le cavità del catasto della Venezia Giulia, FR per quelle del Friuli).